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La Repubblica - 22 marzo 2005 - p. 1
diario
Sartre, il filosofo totale
Cent' anni fa nasceva a Parigi il padre dell' esistenzialismo
di Bernardo Valli
© 2005
La "repubblica esistenzialista" andava dal Panthéon, massimo tempio della Parigi laica, al cimitero di Montparnasse, lo spazio più silenzioso della Rive Gauche, passando per Saint-Germain-des-Prés, che ne era diventato il simbolico epicentro. Il territorio aveva la sua importanza. La toponomastica anche.
Gli stessi nomi di strade e piazze hanno accompagnato Jean-Paul Sartre dall' infanzia, quando andava in rue Saint-Jacques, dietro il Panthéon, a trovare il nonno Schweitzer, fino all' estremo confine della vita. Fin quando semi cieco, nella tarda mattina, avanzava esitante sul largo marciapiede di boulevard du Montparnasse incrociando passanti ormai ridotti, per lui, a semplici ombre. Negli ultimi anni Settanta, chi si trovava per caso sul suo percorso e vedendolo avanzare con fatica tendeva istintivamente il braccio per guidarlo, veniva fulminato dagli sguardi severi o scandalizzati della gente. Era un gesto di imperdonabile arroganza.
Nel quartiere Sartre si muoveva come tra le mura di casa, per orientarsi non aveva bisogno di distinguere bene uomini e cose, e ancor meno doveva ricorrere all' aiuto di un estraneo. La Rive Gauche, la sponda sinistra della Senna, era stato l' altare dal quale aveva officiato per trent' anni. Ed era come se l' aria fosse ancora impregnata della passione che vi aveva seminato; e i lampi di spregiudicatezza da lui sparati, quali fuochi d' artificio, con grande effetto, in un passato ormai remoto, non si fossero del tutto spenti; e le sue parole violente e i suoi gesti generosi, tesi a stupire per convincere, fossero rimasti stampati sui muri, quali manifesti di un immemorabile spettacolo teatrale.
Negli ultimi anni Settanta, l' apparizione di Jean-Paul Sartre barcollante sul boulevard du Montparnasse era quella di un famoso attore che con il suo volto sciupato e il corpo stanco suscita una malinconia in cui non si distinguono più né l' odio né l' esaltazione di un tempo. In cui tutto si confonde in un generico rispetto per l' autentica celebrità. Una celebrità appassita. Fu vilipeso, accettato, adulato, poi ancora vilipeso dal partito comunista francese, che l' ha sempre guardato con irritazione o sospetto, non perdonandogli il forte individualismo.
Lui non si lasciò mai inghiottire pur comportandosi come "compagno di strada". Per ingelosire i comunisti francesi, nei suoi frequenti soggiorni romani incontrava i comunisti italiani, che considerava più aperti. Una sua pubblicizzata cena estiva con Togliatti, su una piazza di Trastevere, fu quasi una provocazione per Thorez, il leader parigino allergico al compagno d' oltralpe.
Sartre fu soprattutto un impenitente gauchista, pronto ad appoggiare rivolte e cause non sempre sensate. Esitava tra dogmi e ragione. Fu quindi spesso contraddittorio. Gli amici più stretti hanno sempre sostenuto che era di cuore tenero. Le sue invettive, le esortazioni ad uccidere (nell' introduzione ai Dannati della Terra di Fanon) non riflettevano il suo carattere. Più emotivo che calcolatore, e altrettanto coraggioso, si tuffava in mischie politiche senza uscita. Alla fine della vita il malandato veterano, nonostante le battaglie perdute, continuava a incutere rispetto.
Il rispetto dovuto a "un genio", come lo definiva Raymond Aron, suo vecchio amico e poi generoso avversario. Un rispetto sentito soprattutto dai giovani, che l' hanno accompagnato in massa fino alla tomba, riconoscendosi nei suoi slanci e nelle sue sconfitte. Poteva irritare. Sentenziava su tutto come si addiceva allora all' intellettuale "totale". Un ruolo decaduto con il suo declino, e poi di fatto abolito con la sua scomparsa. Scomparsa che ha fatto almeno due generazioni di orfani.
Orfani nell' ammirazione, e soprattutto nell' affetto più che nella devozione; oltre che orfani nella derisione o nell' astio. I primi, gli ammiratori, erano attirati dall' insistenza con cui Sartre cercava di definire una libertà capace di resistere a tutte le innumerevoli negazioni. Una libertà non elargita, da Dio o da chiunque altro, ma una libertà nonostante le situazioni, nonostante gli ostacoli, nonostante tutto. Una libertà alla quale siamo "condannati", perché è parte della nostra coscienza (riassume Robert Maggiori). E' come se Sartre non avesse perdonato a Dio il silenzio.
Il suo odio non assomiglia però a quello dei grandi bestemmiatori, la cui rabbia o violenza non sono in fondo che sottomissioni rovesciate. No, l' odio di Sartre (ha scritto non a torto J. M. G. Le Clezio) è più freddo, più implacabile perché sottintende, dà per scontato, insomma sa, che l' infelicità e il dubbio hanno la loro origine nell' eternità concepita senza speranza. Per la generazione scampata all' inferno della seconda guerra mondiale, protagonista e vittima della più feroce disumanizzazione della Storia, e poi impegnata a ricostruire il mondo in due blocchi separati e contrapposti, Sartre è stato l' intellettuale che ha affrontato con generosità, e quindi anche con avventatezza, le tempeste ideologiche e politiche, esponendosi ai rischi, e quindi anche agli errori.
Egli ha riassunto con poche parole il suo ambizioso progetto giovanile: «essere al tempo stesso Spinoza e Stendhal». Un filosofo che si svincola dai dogmi e un romanziere che cattura le menti e i cuori. Negli ultimi anni Settanta, Sartre abitava al numero 29 di boulevard Edgar Quinet. Al decimo piano. Sotto il grattacielo di Montparnasse. Un angolo della sua "repubblica esistenzialista"; di cui conosceva piazze, strade, teatri, caffè, alberghi, librerie, licei, aule universitarie e, quando esistevano, anche i bordelli.
Adolescente, uscendo del Lycée Henri-IV, giocava al pallone sulla piazza del Panthéon. Dove si affaccia la Sorbona di cui poi frequentò la facoltà di filosofia, dopo essere stato per quattro anni all' ècole Normale, situata anch' essa nei paraggi, a due passi, al numero 45 di rue d' Ulm. Sempre alla Sorbona, ormai celebre filosofo ribelle («Non si mette in prigione Voltaire», diceva allora de Gaulle per dissuadere chi lo voleva arrestare) avrebbe arringato gli studenti nel maggio ' 68. E se si fa un passo indietro nel tempo, fino all' occupazione tedesca, nei primi anni Quaranta, lo si trova che scrive saggi e romanzi, insieme a Simone de Beauvoir, al Café de Flore, locale situato al numero 172 di boulevard Saint Germain, che aveva l' impagabile pregio di essere ben riscaldato.
Quel triangolo di Parigi è stata la ribalta della sua vita. Nel dopoguerra, al di là della teoria filosofica, delle sue radici in Kierkegaard, Heidegger e Husserl, quando esplode l' esistenzialismo comprende un' ampia varietà di fenomeni nel perimetro di Saint-Germain-des-Prés. Certo, alcune opere di Sartre sono lette con avidità, sono esibite sui tavoli del Flore e dei Deux-Magots, o si aggirano sui boulevard sotto il braccio dei giovani diretti alla Sorbona.
La sobria copertina di La Nausée è dappertutto. Il romanzo non è una novità. E' uscito prima della guerra. Alcuni capitoli sono stati scritti a Berlino, nei primi anni Trenta, quando Sartre studiava nella lingua originale i grandi filosofi tedeschi, e pensava che Hitler, appena arrivato al potere, fosse un personaggio secondario, di passaggio. Non era un profeta il giovane filosofo. Quando era soldato, nel servizio meteorologico, nei primi mesi del '40, rassicurava Simone de Beauvoir: la guerra non sarebbe mai scoppiata sul serio. In giugno la Francia fu travolta dai panzer tedeschi e lui finì (soltanto per qualche mese) in un campo di concentramento.
La Nausea aveva quasi vinto il Goncourt nel ' 37. Dopo la liberazione di Parigi diventò la bibbia, insieme a L' Etre et le Néant, scritto durante la guerra, accanto a una stufa del Flore, e pubblicato allora senza suscitare interesse. Ma altre produzioni locali animano Saint-Germain-des-Prés in quella stagione: anzitutto le canzoni di Mouloudji e il jazz che suonano alla Rose Rouge.
L' esistenzialismo diventa qualcosa di simile a una religione; e come spesso accade per una religione non viene studiato sul serio dalla tribù urbana che popola la Riva sinistra della Senna. Resta un' espressione, una parola, un simbolo. La libertà, cui l' uomo è "condannato", perché parte della sua coscienza, è abbracciata nel modo più semplice. Sartre si guarda bene dall' esigere di più. Quei giovani che ballano nelle cantine e ascoltano Boris Vian suonare la tromba gli vanno benissimo.
Là cominciò il successo di Sartre e l' odio per Sartre. Con la sua implacabile severità Simone de Beauvoir spiegò che tutto si basava su un malinteso: Sartre forniva argomenti alla rivolta contro l' ordine dominante, ma il suo individualismo sembrava escludere un vero impegno politico. Ma poi non fu proprio così.
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