Recensioni
Tilottama Rajan, Deconstruction and the Remainders of Phenomenology, Stanford University Press, Stanford, California, 2002
A cura di Simona Taborro e Stefano Petruccioli
Lo scopo che si prefigge il presente saggio è quello di rilevare il ruolo svolto dalla fenomenologia nella costituzione del pensiero di filosofi che possono essere considerati come decostruzionisti o poststrutturalisti: Derrida, Foucault, Baudrillard. Si vuole mostrare come la decostruzione si sia originata a partire dalla fenomenologia, in particolare da quella sartriana, benché il lavoro di Sartre sia sempre stato sottovalutato come "preistoria" della decostruzione, sia stato marginalizzato, passato sotto silenzio, obliato.
La teoria di de Man, "discepolo" americano di Derrida, sulla struttura intenzionale dell'immagine attinge largamente dalla teoria di Sartre sull'immagine, e dalla distinzione sartriana tra in-sé e per-sé. Derrida, sostenendo l'esistenza di un processo di morte costantemente operante e al lavoro nei segni (La voce e il fenomeno), trasferisce e traduce nella sfera ordinaria del linguaggio ciò che Sartre afferma per la sfera ontologica quando sostiene che gli Altri sono la morte delle nostre possibilità, morte sempre nascosta in mezzo al mondo.
Sartre parla di un numero infinito di realtà abitate e pervase dalla negazione e, come fa Derrida con la morte che scorge nei segni, egli pone queste "pozze" di non essere lungo tutta la vita mondana (appuntamento al caffè, incontro con uno sconosciuto nel parco): entrambi i filosofi riconoscono l'inevitabilità e la pervasività della morte nella nostra esistenza. L'immagine di Sartre che viene fuori dal saggio, è quella di un pensatore che è insieme moderno e postmoderno (ne La nausea e ne L'essere e il nulla Sartre anticipa fortemente quella che sarà la filosofia postmoderna), che si colloca nello spazio tra modernità e postmodernità, importante per aver rotto la purezza disciplinare della filosofia di Husserl e Heidegger, e per aver "decostruito" la fenomenologia husserliana così da permetterne la "trasformazione" nel decostruzionismo.
Venendo alla presentazione del contenuto più specifico dei singoli capitoli, nel capitolo 1 si si affronta il problema di come pensare la relazione tra fenomenologia e decostruzione, rilevando come il rifiuto da parte di Derrida della fenomenologia sia una deliberata dimenticanza della fenomenologia, che è invece condizione di possibilità per i suoi stessi primi lavori. Non è solo una questione di parallelismi e di influenze, c'è uno stile di pensiero e una certa relazione tra di esso e il linguaggio che lo esprime, che fa della decostruzione una continuazione del processo della fenomenologia: ecco il ruolo seminale della fenomenologia per la decostruzione.
Nel capitolo 2 si traccia la genealogia del poststrutturalismo, dai primi lavori di Lacan e Barthes agli ultimi di de Man, rintracciando anche per esso le relazioni con la fenomenologia.
Nel capitolo 3 si presenta il contributo di Sartre alla riconfigurazione della filosofia francese. Il fraintendimento da parte di Sartre del pensiero di Heidegger garantisce lo spazio entro cui la decostruzione emerge come tentativo di usare ogni filosofo per pensare l'altro e contro l'altro, attraverso l'incrocio o il chiasmo tra filosofi, la "resistenza" di un filosofo all'altro, lo scavalcamento e l'integrazione tra filosofi.
Nel capitolo 4 si torna su Derrida, sostenendo che nel suo lavoro su Husserl egli, mentre critica la fenomenologia, sta in realtà offrendo un esempio di decostruzione della fenomenologia trascendentale basandosi sulle prospettive della fenomenologia esistenziale.
Nei capitoli dal 5 al 7 si traccia il dispiegarsi, simile ma insieme differente rispetto a quello di Derrida, dell'opera di Foucault, dai suoi primi studi fenomenologici a L'archeologia del sapere (1969), nel quale, infine, egli abbandona una decostruzione legata alla fenomenologia, attraverso una svolta poststrutturalista e che lo porta vicino alla sociologia.
Nei capitoli 8 e 9, infine, si presenta il percorso, inverso rispetto a quello di Foucault, di Baudrillard, che dalla sociologia passa ad una filosofia dalla prospettiva antiscientifica ed antisociologica, che offre una fenomenologia della cultura dei media.
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